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Didattica vocale: Pop o Jazz?

Oct 24
3 min read

Da qualche tempo osservo e ascolto le mie allieve e i miei allievi, prestando attenzione a ogni passo del loro percorso. Cerco anche il confronto con colleghe e colleghi, con cui mi ritrovo spesso a riflettere su una domanda semplice, ma davvero disarmante:


Che cosa fa un bravo cantante?


E non intendo il “fare” in senso letterale, ma la traduzione dall’inglese “What makes a singer great?”: che cosa rende un cantante bravo, grande?

A questo punto si aprono mille porte, si percorrono mille strade e si danno tantissime risposte. Ma la premessa è quasi sempre la stessa:


Stiamo parlando di un cantante jazz o di un cantante pop?


Per molto tempo ho pensato a queste due “categorie” — passatemi il termine — come a due mondi distinti a priori, diversi e quasi incompatibili. Come se la preparazione di un cantante pop dovesse necessariamente essere diversa da quella di un cantante jazz.

Le differenze principali tra i due approcci sembrano essere queste:


 ◦ Il cantante pop lavora soprattutto sulla tecnica vocale, per valorizzare al meglio le proprie doti naturali, e sulla performance.


 ◦ Il cantante jazz lavora maggiormente sulla musicalità e sul ritmo perché, essendo uno strumento improvvisatore, deve sviluppare la capacità di muoversi con libertà all’interno dell’armonia di un brano. Senza trascurare il messaggio.








Bene. E a questo punto la domanda sorge spontanea: quanto dura la gloria di un cantante pop se, a un certo punto, diventa statico e musicalmente piatto, o finisce per essere fuori contesto?

E quanto dura quella di un cantante jazz che si muove magistralmente nella musica, ma ha poca o

nessuna consapevolezza del proprio strumento?


Una cosa è certa: prima di fare musica, lo strumento va studiato.


Come fa un sassofonista a suonare un brano se non sa come produrre il primo suono o quale ancia utilizzare?

Penserete che questo sia un delirio, un flusso ininterrotto di domande. Beh, io queste domande me le sono poste davvero.

E sono arrivata a una conclusione che è la più semplice in assoluto. Forse banale per alcuni, forse nemmeno lontanamente scontata per altri.


Non ci si deve accontentare.


Lo studio tecnico dello strumento è indispensabile per prendersene cura e tutelarlo, ma è anche fondamentale per ricercare il suono migliore che possiamo ottenere dalla nostra voce.

E poi c'è una cosa che, quando parliamo di canto, non possiamo dimenticare: la voce non è uno strumento qualsiasi. È uno strumento che ci portiamo dentro, che cambia con noi e che è profondamente legato al nostro corpo e al nostro modo di essere.

Per questo studiare tecnica non significa soltanto imparare a fare qualcosa, ma anche imparare ad ascoltarsi, a riconoscere i propri limiti e le proprie possibilità, a capire cosa succede quando cantiamo.


La tecnica non dovrebbe mai diventare un fine, ma uno strumento per poter scegliere. Perché più conosco la mia voce, più sono libero di usarla come voglio.

Eppure non basta. Neanche se vogliamo fare "solo pop".


Se durante l'estate faccio venti concerti, non posso pensare di esprimermi sempre allo stesso modo. Il cantante non è uno strumento da copia e incolla. Anzi, nessuno strumento lo è.

Ogni performance deve riflettere l'idea del qui e ora: quegli attimi di pura espressione artistica che non potranno mai ripetersi esattamente allo stesso modo.

E per riuscirci bisogna essere consapevoli e preparati.

Dall'altra parte, devo anche poter giocare con i colori della voce, ricercare un certo sapore, immaginare un suono, uno stato d'animo, e riuscire a ricrearlo attraverso la voce.


Figo, vero?


Però tutto questo richiede impegno. E sempre meno persone sembrano disposte a impegnarsi davvero.

Perché la musica richiede tempo e dedizione. Richiede la capacità di affrontare la frustrazione di non saper fare qualcosa, prendere in mano la situazione e provare a cambiarla, per migliorare e migliorarsi.

Ecco perché, a prescindere dal genere musicale, la preparazione che cerco di trasmettere ai miei ragazzi si basa sulla tecnica, certo, ma anche su scale, arpeggi, ritmo, musica e armonia.


Perché conoscere uno strumento dovrebbe significare anche conoscere la musica. Significa saper stare nel gruppo, non essere fuori contesto e parlare la stessa lingua degli altri musicisti.


Quindi, pop o jazz?


Forse la domanda giusta non è quale dei due richieda più tecnica, più musicalità o più preparazione. Forse la domanda è quanto vogliamo conoscere davvero il nostro strumento e quanta libertà vogliamo darci per fare musica.

Perché essere un bravo cantante non significa soltanto saper cantare bene. Significa saper ascoltare, scegliere, interpretare, mettersi in gioco e avere qualcosa da dire.


Il resto è studio. Tanto studio.


Eh sì, perché la musica si fa insieme.


Ancora.

 
 
 

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